Cronaca

Cinque suicidi in carcere in venti giorni negli istituti di pena italiani, la denuncia di Antigone

Cinque suicidi in carcere in venti giorni. Questo il pesante bilancio che dall’inizio del nuovo anno interessa gli istituti di pena italiani. Due di questi sono avvenuti nella nostra Regione, a Brindisi e a Foggia. Un 22enne marocchino, giunto in carcere alle ore 21 dell’11 gennaio, e morto suicida alle 5.50 del mattino successivo il primo; giovane anch’egli, e affetto da problemi psichiatrici il secondo, morto solo tre giorni prima.  Nel 2021 i suicidi sono stati 54; nel 2020 ben 62, quasi come il triste record di 69 suicidi del 2001. Nella maggioranza dei casi si tratta di persone giovani, che si trovano a scontare pene detentive assai brevi o misure cautelari per reati minori, e per le quali il contatto con la realtà carceraria costituisce un trauma insuperabile.

La situazione negli istituti di pena è drammatica. Covid, sovraffollamento, aumento delle patologie psichiatriche, carenza di personale, lavoro e formazione professionale dei detenuti ai minimi storici, non possono che rappresentare un mix esplosivo pronto a presentare il conto. Se i contagi per covid erano appena 200 all’inizio di dicembre 2021, il report settimanale del Dap del 17 gennaio scorso parla di 2.586 contagi, più del doppio rispetto ai dati del 6 gennaio, quando i positivi erano 1.057. Il numero è certamente destinato a salire considerando che, rispetto all’ondata esterna, le statistiche hanno dimostrato che l’innalzamento dei numeri dei contagiati all’interno delle carceri si registra con un lieve ritardo. Inoltre non c’è ancora una copertura completa di vaccinati con terza dose, e soprattutto la dotazione attuale di sole 6.000 mascherine FFp2 rappresenta un’offesa in termini di riduzione del contagio. Vi è di più. Il costante monitoraggio all’interno degli istituti di pena ha fatto emergere che attualmente non è garantita “la possibilità di separare positivi e negativi per l’assenza di spazi dove spostare proprio chi risulta contagiato. Inoltre, in altri casi, pare che le direzioni abbiano smesso di fornire mascherine nuove ai reclusi”, come fa sapere il Presidente di Antigone Patrizio Gonnella.

Riguardo ai numeri della popolazione detenuta la situazione non è certo migliore. Le persone ristrette sono ad oggi sopra i 54.000, meno dei 61.000 detenuti presenti a febbraio 2020, ad inizio pandemia, ma comunque ben oltre la capienza regolamentare di 50.000. A questi tassi di sovraffollamento non corrisponde una presenza capillare di personale. Dai dati raccolti dall’ Osservatorio nazionale di Antigone durante le visite negli istituti di pena durante il 2021, è emerso che solo il 44% degli istituti ha un Direttore incaricato solo in quell’istituto, e che ogni 100 detenuti sono in media disponibili solo 8 ore di servizio psichiatrico e 17 di servizio psicologico, e che il 26% dei detenuti ha fatto uso di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Il disagio psichico e sociale era alto già prima della pandemia, ma a partire dal febbraio 2020 gli episodi di autolesionismo hanno raggiunto livelli come mai era successo negli ultimi venti anni.

Per fare abbassare l’asticella di questi impietosi numeri, bisognerebbe innanzi tutto concedere realmente le misure alternative alla detenzione a quelle migliaia di detenuti che attualmente hanno una pena da scontare al di sotto dei tre anni, e al contempo fare in modo che  l’ingresso in carcere in fase cautelare costituisca solo l’extrema ratio delle misure possibili. Altresì creare, e dove c’è, potenziare la rete di servizi esterni che possano permettere alla persona detenuta di attuare il reinserimento sociale previsto dalla nostra costituzione, al fine di prevenire certamente il rischio di recidiva.

Sarebbe pertanto auspicabile perseguire la strada delle riforme sempre caldeggiata da Antigone e proposta di recente anche dalla Commissione per l’innovazione del sistema penitenziario, voluta dalla Ministra della Giustizia Marta Cartabia e presieduta dal Prof. Marco Ruotolo, ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università Roma Tre, nella cui relazione finale è previsto in modo pragmatico di procedere alla revisione di alcune disposizioni del Regolamento penitenziario del 2000 attraverso la rimozione di quegli ostacoli che incidono su uno svolgimento della quotidianità penitenziaria conforme ai principi costituzionali e agli standard internazionali, prevedendone il miglioramento, che potrebbe realizzarsi senza l’aggravio dell’iter di approvazione legislativa, e dunque in maniera celere.

Si parla di migliorare la quotidianità penitenziaria e le condizioni di vita in carcere, puntando l’attenzione su sei aree tematiche: diritti, lavoro e formazione professionale, salute, tecnologie, sicurezza, formazione del personale, che costituiscono da sempre un vulnus del sistema carcerario.

Ora più che mai serve con urgenza ridare dignità ai detenuti ed attuare i principi sanciti dalla nostra Costituzione, spesso lasciati fuori dalle fredde mura del carcere.