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Aria Prima: intervista ai registi Gaetano Mangia e Luca De Paolis

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Aria Prima: intervista ai registi Gaetano Mangia e Luca De Paolis
giugno 27
11:39 2019

I salentini Gaetano Mangia e Luca De Paolis sono gli autori del cortometraggio “Aria Prima”, che affronta delicatamente una verità sconcertante: “nella Puglia meridionale ogni dodici mesi ben 44 decessi sarebbero da collegare all’inquinamento”.  È un problema innegabile, che inizia seriamente a preoccupare gli esperti e che ognuno di noi dovrebbe seriamente prendere in considerazione. Li abbiamo pertanto incontrati per parlare del loro lavoro cinematografico, presentato dapprima presso il 20° Festival Del Cinema Europeo e, in seguito, in concorso durante la 2° edizione dell’Ortometraggi Film Festival.

L’utilizzo del dialetto salentino riflette delle esigenze puramente realistiche o è un espediente per rivendicare le origini?

LUCA DE PAOLIS. Abbiamo fatto un film che, dal nostro punto di vista, voleva raccontare il territorio. Certe scene, riprese in un ambiente molto verace, sicuramente si sarebbero dovute svolgere soltanto in questa lingua. È stato quello il nostro incipit iniziale. In verità, siamo partiti dall’idea di utilizzare un dialetto molto più simile al brindisino, però poi è divenuto una sorta di esperanto salentino. L’attore Lamberto Probo ad esempio, ha un forte accento di Tricase.

GAETANO MANGIA. In Salento,la nostra famiglia parla abitualmente e naturalmente il dialetto in casa. Alcune espressioni utilizzate sono dunque volutamente dialettali. Non potevamo assolutamente concepire la famiglia rappresentata nel nostro cortometraggio in un’altra maniera. Non la vediamo affatto come una limitazione, perché alcune espressioni rendevano di più attraverso le sfumature della lingua dialettale. Non avrebbero reso allo stesso modo se avessimo utilizzato la lingua italiana.

Da dove nasce l’idea del vostro cortometraggio?

GM. Noi siamo un’associazione che tramite il mezzo audiovisivo vuole raccontare il territorio. Si chiama Virulentia ed è nata nel 2015. Siamo stati molto vicini ad eventi che si sono svolti sul territorio, però su commissione. Questo invece è il nostro primo progetto cinematografico e l’obiettivo è sempre quello di raccontare il territorio: ci siamo guardati intorno e abbiamo pensato che l’ambiente e l’attenzione verso la salute è senz’altro una priorità. È un posto che purtroppo ha barattato la salute umana, dei cittadini, con la produttività. Fatti umani da rappresentare ce ne sono a bizzeffe: sappiamo bene che esistono. Lo dicono gli innumerevoli studi scientifici che hanno analizzato la situazione della centrale a carbone a Cerano.

LDP. Non abbiamo raccontato una morte in particolare, anche perché nel lavoro di scrittura abbiamo incastrato tanti sottotesti importanti e i personaggi sono stati costruiti intorno al messaggio che volevamo trasmettere. E ciò sarebbe stato impossibile da realizzare se avessimo voluto prendere in considerazione una vita reale, perché in quel caso devi rispettare un dolore specifico e una serie di particolarità che ti impongono maggiore rigore. La nostra intenzione era far capire che non sono solo numeri e far capire quanto vale una sola esperienza di questo tipo.

Il protagonista, una volta che si ammala, fa enorme fatica ad addormentarsi. Cosa volevate raccontare attraverso la narrazione di questo aspetto, in particolare?

GM. Abbiamo fatto vedere come la malattia possa intaccare non solo la sfera sentimentale, ma anche l’inconscio. La malattia non ti lascia in pace neanche nel momento in cui stai dormendo. Il nostro personaggio si addormenta e ricorda l’esperienza di un festino tipico delle nostre zone anni fa, con la pignata che si rompe: tuttavia non escono caramelle, bensì cenere. È sorpreso. Anche nel momento più dolce, che è quello del sonno, fa capolino la malattia. Si tratta pertanto di un incubo, carico di angoscia.

La rappresentazione di tre persone distanti come età può essere interpretato come un messaggio di fiducia verso il bambino, e quindi anche verso le nuove generazioni?

GM. Lo sguardo finale del bambino va sicuramente interpretato. Dopo che si gira, e guarda in camera, sullo sfondo intravediamo Cerano. Lì subentra poi l’interpretazione personale: il bambino è il nostro futuro.

LDP. Non ti so dire esattamente se è un messaggio positivo. Ho voluto lasciare aperto appositamente questo finale. Il bambino fa apnea e il fratello lo invita a osare di più nei suoi tentativi di non respirare. Nel finale, inoltre, entra in acqua e ha paura, così come il fratello ha paura a tirare un calcio di rigore. È una domanda aperta: che fine farà il piccolo se continuiamo così? Il fratello piccolo resterà, mentre il grande avrà la possibilità di fare il calciatore altrove, cambiare la propria posizione e anche il suo futuro.

Quali sono i nuovi progetti in cantiere?

LDP. Abbiamo in mente di realizzare nuovi cortometraggi, sicuramente. Abbiamo delle idee che vogliamo strutturare e portare fino in fondo.

 

 

 

di Eleonora Anna Bove

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